Verbi

A causa della loro complessità organizzativa, risulta difficile formulare una definizione univoca di “verbi”, tuttavia è possibile individuare i loro aspetti più significativi per delinearne l’uso, le caratteristiche e le funzioni.

I verbi sono una parte variabile del discorso e vengono identificati come una delle categorie grammaticali più rilevanti in tutte le lingue (e dunque anche in italiano), in quanto veicolano il significato del discorso e sono (quasi) sempre presenti, così come il nome.

Dal punto di vista morfologico, in lingua italiana il verbo è quella classe di parole che dà informazioni circa il tempo, la persona e il modo. Più in generale si può dire che il verbo semanticamente descrive qualsiasi evento sotto forma di azione o situazione, statica o dinamica, concreta o astratta, intenzionale o meno.

È possibile classificare i verbi italiani in base alla funzione che svolgono all’interno della frase. È importante ricordare che alcuni verbi di per sé possono avere più di una funzione e che essa viene stabilita in base alla combinazione di tali verbi con altri elementi o dal loro utilizzo in costrutti specifici. Si distinguono:

  • I verbi predicativi: svolgono la funzione di predicato verbale. Esprimono un significato autonomo e hanno senso compiuto in sé. Normalmente sono quei verbi che esprimono una condizione o stato del soggetto, oppure un’azione da esso compiuta. Possono (ma non devono necessariamente) essere completati da un altro elemento.

Esempi: Claudia arriva domani da Roma. Il neonato dorme nella culla.

  • I verbi copulativi: al contrario dei verbi predicativi, questi non hanno un significato autonomo, bensì si esprimono necessariamente attraverso il legame con un altro elemento della frase, ovvero il complemento predicativo. Tipicamente, si tratta di verbi come: essere, sembrare, apparire, stare, rimanere, diventare, risultare. Collegano il soggetto ad una parte nominale formando così il predicato nominale.

Esempi: Cecilia è stanca. Il film sembra interessante.

  • I verbi di supporto: si tratta di verbi che in alcuni contesti possono avere un significato autonomo, predicativo, ma che in altri casi vengono associati ad un nome per formare delle costruzioni specifiche, come: prendere una decisione, fare un viaggio, fare una passeggiata, dare una risposta, fare una scelta, portare rispetto. Per ognuno di questi verbi di supporto c’è un altro verbo predicativo che porta lo stesso significato. Per esempio: fare una passeggiatapasseggiare.

Esempi: È ora di prendere una decisione. Ho fatto una domanda a Luca ma non mi ha risposto.

  • I verbi ausiliari: si tratta di avere, che esprime possesso, ed essere che esprime esistenza. Tali verbi, come dice il nome stesso, svolgono una

funzione di “aiuto” nei confronti di altri verbi per formare i tempi composti. “Essere” viene utilizzato con quasi tutti i verbi intransitivi, riflessivi e passivi (per i quali si posso utilizzare anche “andare” e “venire”), mentre “avere” viene utilizzato con i verbi transitivi e un piccolo gruppo di verbi intransitivi.

Esempi: Alla festa mi sono divertito molto. Abbiamo comprato un regalo a Giulia.

  • I verbi modali (o servili): si tratta di verbi che reggono un altro verbo all’infinito e che ne esprimono la modalità di necessità, obbligo, volontà e possibilità. Se accompagnati da un pronome atono, quest’ultimo può essere posto sia prima del verbo modale che dopo l’infinito (formando un’unica parola). Appartengono a questa categoria i verbi dovere, volere, potere e sapere (ma solo quando ha il significato di “essere in grado di fare qualcosa” e non quello di “conoscere”).

Esempi: Mi puoi portare un bicchiere d’acqua? I bambini vogliono andare a casa. Dobbiamo studiare per l’esame di domani. Ciro non sa nuotare.

  • I verbi fraseologici: costituiscono delle perifrasi verbali e sono formati da un verbo di modo finito (il più comune è stare), più (talvolta) una preposizione, più un altro verbo all’infinito o al gerundio. Questo tipo di verbi esprime un momento preciso di realizzazione dell’evento descritto dal verbo, che può essere iniziale, imminenziale, progressivo, continuativo o terminativo.

Esempi: Stavamo per uscire quando suonarono alla porta. Continua a parlare, ti ascolto. Il bebè sta piangendo da un’ora. Finì di mangiare e si mise a leggere.

Le classi di verbi

In aggiunta alla sopra menzionata classificazione dei verbi in base alla funzione che possono svolgere all’interno della frase, esistono numerosi altri modi di categorizzare i verbi. Di seguito verranno esaminate quattro classi (che si concentrano su aspetti grammaticali e morfo-sintattici), ovvero i verbi transitivi, intransitivi, pronominali e sintagmatici. Successivamente, verrà illustrata un’ulteriore distinzione fatta sulla base delle principali classi semantiche esistenti.

Verbi transitivi

Vengono definiti transitivi i verbi che ammettono un complemento oggetto (o diretto), che può tuttavia essere espresso o meno. Se un verbo è in grado di rispondere alle domande “chi?” o “che cosa?”, significa che può reggere un oggetto. I verbi transitivi possono essere resi al passivo, in cui il soggetto e l’oggetto diventano rispettivamente l’agente e il soggetto.

Esempi: Marta lava la macchina. la macchina è lavata da Marta.
Mario ruppe il bicchiere. il bicchiere fu rotto da Mario.

Dal momento che per definire la “transitività” entrano in gioco diversi parametri non sempre applicabili, si preferisce attenersi alla caratteristica sopra menzionata, ovvero la reggenza di un complemento diretto.

I verbi transitivi, formano i tempi composti con l’ausiliare avere.

Esempi: Loris ha guardato la TV per tutto il pomeriggio. Abbiamo bevuto un vino del ‘99.

Verbi intransitivi

Al contrario dei verbi transitivi, gli intransitivi non ammettono il complemento oggetto né la forma passiva. Reggono quindi altri complementi e rispondono ad altre domande come “dove?”, “a chi?”, “quando?”, ecc. È possibile individuare due classi di intransitivi, gli inergativi e gli inaccusativi. I primi formano i tempi composti con l’ausiliare “avere” (per esempio: ridere, camminare, dormire), mentre i secondi con l’ausiliare “essere” (per esempio: andare, partire, uscire).

Esempi: L’altra notte ho dormito pochissimo. Siamo partiti presto per evitare il traffico.

Verbi pronomiali

Si definiscono pronominali quei verbi che nella loro forma all’infinito hanno un pronome clitico, tendenzialmente il pronome “si”. Tali verbi possono essere:

  • Riflessivi propri: quando la persona che compie l’azione (il soggetto) e quella che la subisce (l’oggetto) coincidono (per esempio: lavarsi, truccarsi). Tipicamente sono associati ad azioni quotidiane ripetitive.
  • Riflessivi impropri: quando il soggetto non compie l’azione direttamente su se stesso ma su qualcosa che gli appartiene, come una parte del corpo (per esempio: lavarsi le mani, pettinarsi i capelli).
  • Di uso intensivo (o di affetto): in questo caso, il “si” indica un maggiore coinvolgimento del soggetto al processo descritto (per esempio: leggersi un giornale, bersi una birra).
  • Reciproci: descrivono un’azione svolta in maniera reciproca tra due o più soggetti (per esempio: baciarsi, incontrarsi).
  • Intransitivi pronominali: non sono propriamente riflessivi, tuttavia contengono il “si” nella loro coniugazione (per esempio: arrabbiarsi, ricordarsi).

Rientrano nella categoria dei verbi pronominali anche quei verbi, molto comuni nelle espressioni colloquiali, che contengono un altro pronome clitico, come “ci”, “la”, “le”, “ne” (per esempio: farcela, andarsene, finirla, volerne).

Esempi: Mi vesto e arrivo. Paola si è tagliata i capelli. Ci siamo fatti una bella passeggiata al tramonto. I miei genitori si sono sposati a Las Vegas. Non mi ricordo il tuo indirizzo. Non prendertela, non ne vale la pena.

Verbi sintagmatici

Appartenenti alla più ampia categoria delle parole polirematiche, i sintagmatici sono una classe di verbi accomunati dalla stessa struttura morfo-sintattica, ovvero l’unione di un verbo con un avverbio locativo. Per esempio: andare via, mettere sotto, andare oltre, tirare giù, dare contro.

I verbi utilizzati sono perlopiù verbi di movimento (come andare, venire, mettere), mentre gli avverbi più frequenti sono i seguenti: su, giù, fuori, dentro, addosso, avanti, indietro, contro, incontro, intorno, lontano, oltre, sopra, sotto, dietro, via.

Dal punto di vista del loro significato, i verbi sintagmatici possono essere usati in senso letterale (andare fuori), pleonastico (uscire fuori) o idiomatico (far fuori). Nel primo caso, la particella avverbiale ha un valore informativo importante, in quanto dà un’indicazione precisa circa il movimento e/ o la direzione. Nel secondo caso, l’uso dell’avverbio locativo è ridondante e serve solo a dare maggiore enfasi all’azione (questa variante è molto frequente nei dialetti settentrionali). Nel terzo caso, infine, l’avverbio che completa il verbo ha una funzione puramente metaforica.

Esempi: Vai avanti e segui le indicazioni che trovi. Dopo quello che ha detto Piero, tutti gli danno contro. Esci fuori, i tuoi amici ti aspettano. Mi è venuto incontro con aria allegra.

Altre classi…

Dal punto di vista del loro significato, è possibile distinguere i verbi anche in classi semantiche. Sebbene la lingua italiana non possieda una classificazione completa ed esauriente, è possibile identificare quelle più rilevanti:

Verbi di movimento

I verbi di movimento esprimono lo spostamento nello spazio o nel tempo, letterale o figurato, di un’entità, così come il suo cambiamento di stato e/o posizione. Vengono spesso seguiti da una proposizione come su, in, a, per, con.

Molti di questi verbi formano delle coppie complementari. È il caso di: andare e venire, entrare e uscire, partire e arrivare, passare e tornare, salire e scendere, camminare e correre. La maggior parte di questi verbi è intransitiva e forma i tempi composti con l’ausiliare “essere”.

Alcuni verbi invece ammettono entrambi gli ausiliari a seconda del loro significato nel contesto. Prendiamo l’esempio di “correre”:

  • Richiede l’ausiliare “essere” quando viene espressa anche la destinazione, per esempio: non appena saputa la notizia, sono corso all’ospedale.
  • Richiede invece l’ausiliare “avere” quando descrive l’azione stessa della corsa, per esempio: stamattina ho corso per due ore.

Verbi di percezione

I verbi di percezione, come dice la denominazione stessa, descrivono i processi percettivi attraverso cui un soggetto fa esperienza della realtà. Rimandano quindi alla sfera sensoriale. Si tratta di verbi come: vedere, percepire, notare, scorgere, osservare, ascoltare, sentire, odorare, gustare, toccare.

Sono verbi transitivi e possono reggere diversi elementi, come un oggetto diretto, una proposizione con “che”, un oggetto diretto seguito da “che” o un oggetto diretto preceduto o seguito da un verbo all’infinito.

Ho visto Manuela. Ho notato che Samuele ha riparato la macchina. Ho ascoltato Giulio che recitava una poesia. Ho sentito Sofia urlare.

Una menzione particolare va al verbo vedere che, oltre ad esprimere il significato letterale percettivo (fare esperienza di qualcosa attraverso la vista), viene spesso usato con il significato di “immaginare” (non mi vedo a fare questo mestiere), o per indicare qualcosa di chiaro, palese (si vede che sei un esperto in questo campo), o come “minaccia” (ti faccio vedere io di cosa sono capace!), o con il significato di “aspettare” (vediamo che succede), “tentare” (vedo di finire il lavoro entro sabato) o, ancora per esprimere frasi che indicano la partecipazione di qualcosa o qualcuno ad un evento (questo programma vedrà la partecipazione di ospiti importanti).

Verbi atmosferici

I verbi atmosferici descrivono un fenomeno meteorologico. Tali verbi sono: albeggiare, annottare, diluviare, gelare, grandinare, imbrunire, lampeggiare, tuonare, nevicare, piovere. Oltre a questi, esistono dei costrutti con il verbo “fare”, “essere” o “esserci” come: fa bel / brutto tempo, fa freddo / caldo; è bello / brutto / nuvoloso / sereno; c’è la nebbia / chiaro / scuro; ecc.

La maggior parte dei verbi atmosferici, oltre a condividere caratteristiche importanti dal punto di vista del significato, presenta somiglianze anche dal punto di vista grammaticale. Molti verbi infatti sono zerovalenti, ovvero non hanno il soggetto né reggono altri argomenti e si costruiscono come i verbi impersonali, sempre alla terza persona singolare.

Esempi: Oggi piove. In Svizzera nevica. Lampeggia da due ore.

Alcuni verbi atmosferici, tuttavia, possono anche essere usati in senso figurato in frasi con soggetto esplicito. Per esempio: dopo la conferenza sono piovute un sacco di critiche.

In riferimento agli ausiliari da utilizzare per formare i tempi composti, i verbi atmosferici accettano sia l’ausiliare “avere” che “essere” (per esempio: è piovuto / ha piovuto, è nevicato / ha nevicato, è tuonato / ha tuonato) ad eccezione dei costrutti con “fare” che vogliono solo l’ausiliare “avere” (per esempio: ha fatto bel tempo).

Verbi impersonali

Vengono definiti impersonali quei verbi che non hanno un soggetto esplicito e che si esprimono sempre alla terza persona. Rientrano in questa categoria anche i verbi atmosferici. Oltre ad essi, qualsiasi verbo può essere reso impersonale tramite il pronome si.

Con riferimento al loro significato, i verbi impersonali vengono adoperati per indicare un soggetto indefinito, generico, un gruppo di persone piuttosto che un individuo specifico. Per esempio: in questa casa si mangia alle 7 (le persone che vivono in questa casa mangiano alle 7).

Per i verbi impersonali costruiti con il “si”, l’ausiliare nei tempi composti è sempre essere. Il participio passato dei verbi impersonali, invece, può essere espresso in due modi:

  1. Rimane invariato (cioè, termina in -o) se nella forma personale il verbo è transitivo o intransitivo inergativo. Per esempio: al ristorante si è mangiato bene. Attenzione! Se la forma impersonale ha un valore passivante, ed è quindi seguita da un oggetto, il participio passato concorda con il genere e il numero dell’oggetto. Esempi: Ieri sera si sono mangiati degli spaghetti ai frutti di mare deliziosi. Ieri al pub si sono bevute molte birre.
  2. Richiede il plurale (cioè, termina in -i) se nella forma personale il verbo è intransitivo inaccusativo o riflessivo. Per esempio: ieri si è arrivati tardi all’appuntamento.

Con verbi “essere” e “diventare” seguiti da un aggettivo, nella forma impersonale l’aggettivo viene espresso al plurale. Per esempio: con questo lavoro non si diventa ricchi.

I verbi riflessivi alla forma impersonale trasformano il “si” riflessivo in “ci”, per evitare una ripetizione fonetica: in questo resort ci si rilassa e ci si diverte.

Ulteriori costrutti impersonali sono quelli caratterizzati da verbi come: bastare, bisognare, sembrare, parere, succedere, avvenire, importare. Anch’essi sono zeroargomentali e formano i tempi composti con l’ausiliare “essere”.

Esempi: Bastava che lo dicessi. Sembra che Carla sia scontenta del risultato. Pare che ci siano voluti tre mesi per ultimare il progetto.

Verbi psicologici

I verbi psicologici sono un gruppo di verbi che descrivono processi mentali, riferiti non alla sfera sensoriale bensì psicologica. Esprimono quindi una sensazione, un’emozione o una percezione mentale. Appartengono a questa categoria verbi come: amare, piacere, desiderare, interessare, ammirare, stimare, pensare, spaventare, temere.

Esempi: Il calcio interessa molto ai ragazzi. A Marta piacciono i luoghi tropicali. Giorgia teme la professoressa di storia. Ti ammiro tanto per quello che fai.

La struttura argomentale

Oltre alle varie classificazioni grammaticali e semantiche descritte sopra, esiste un altro importante criterio che può essere usato per classificare i verbi, e cioè quello della struttura argomentale.

Essa rappresenta il numero di argomenti che regge un verbo, cioè il numero di costituenti necessari affinché il verbo abbia significato.

Generalmente, un verbo può avere da zero a tre argomenti (più eventualmente altri argomenti “accessori”, cioè non essenziali ma circostanziali):

  • I verbi atmosferici, come detto sopra, sono (quasi sempre) zeroargomentali: “piove” non regge né un soggetto né un altro complemento.
  • “Dormire” regge un argomento: il soggetto (Paolo dorme).
  • “Abitare” regge due argomenti: il soggetto e il complemento di luogo (Viola abita a Firenze).
  • “Dare” regge tre argomenti: il soggetto, l’oggetto, il complemento di termine (Giacomo le dà un consiglio).

Non è sempre facile stabilire con esattezza la struttura argomentale di un verbo. Infatti, il numero di argomenti può variare in funzione del suo significato e spesso, per uno stesso verbo, è possibile individuare più strutture argomentali. Alcuni argomenti, inoltre, possono essere taciuti in alcuni contesti. “Scrivere”, ad esempio può avere due argomenti: il soggetto e l’oggetto, ma può avere senso compiuto anche omettendo quest’ultimo. Per esempio: sto scrivendo in giardino (senza specificare che cosa).

Di seguito alcuni esempi di strutture argomentali:

Laura ha ricevuto un regalo da Luigi. (3 argomenti)
L’aereo è atterrato a Roma con un’ora di ritardo. (2 argomenti + 1 accessorio)
Sandra corre nel parco. (1 argomento + 1 accessorio)

La diatesi

Un altro modo per distinguere i verbi è osservare il rapporto che intercorre tra il verbo e il soggetto di una frase. Da ciò derivano tre tipi di forma o diàtesi:

  • Attiva, quando il soggetto compie l’azione espressa dal verbo;
  • Passiva, quando il soggetto subisce l’azione espressa dal verbo;
  • Riflessiva, quando il soggetto coincide con l’oggetto e quindi compie e subisce l’azione allo stesso tempo.

Essendoci già soffermati sulla descrizione dei verbi riflessivi, verranno di seguito illustrate le proprietà dei verbi alla forma attiva e alla forma passiva.

La forma (o diatesi) attiva è possibile sia con i verbi transitivi che intransitivi. L’attenzione è sul soggetto che compie l’azione.

Esempi: Lucia va in montagna. (verbo intransitivo)
Alessandro compra il giornale. (verbo transitivo)

La forma (o diatesi) passiva invece è possibile solo con i verbi transitivi, dal momento che i verbi intransitivi non reggono il complemento oggetto. Infatti, ciò che nella forma attiva era il soggetto, nella forma passiva diventa l’agente (che può essere espresso o meno a seconda della sua importanza nel contesto), mentre quello che nella forma attiva era l’oggetto, nella forma passiva diventa il soggetto che subisce l’azione descritta dal verbo. Nel caso della forma passiva, l’attenzione è rivolta più all’evento, all’azione, al processo.

Esempi: Il ladro è stato arrestato (dagli agenti di polizia).
La casa è stata demolita dopo tanti anni.

Gruppi di coniugazione

I verbi italiani si suddividono in tre gruppi di coniugazione (più gli ausiliari “essere” e “avere” con una coniugazione a parte) che si possono distinguere grazie alla terminazione dell’infinito.

Prima coniugazione

L’infinito dei verbi della prima coniugazione termina in -are (abitare, andare, cantare, amare, comprare). Appartiene a questo gruppo la maggior parte dei verbi italiani. I neologismi e i verbi derivati da lingue straniere, come l’inglese, vengono resi in italiano con questa coniugazione. Ne sono un esempio: taggare, cliccare, postare, linkare.

Molti di questi verbi hanno una coniugazione regolare e seguono il modello del verbo “amare” (vedi tabella più avanti), altri invece hanno una coniugazione particolare.

Particolarità:

  • I verbi in -care (caricare) e -gare (pregare) prendono la h prima delle desinenze che cominciano con i ed e per mantenere il suono duro. Per esempio: tu caric-h-i, noi preg-h-eremmo.
  • I verbi in -gnare (sognare, segnare), all’indicativo presente della prima persona plurale e al congiuntivo presente della prima e seconda persona plurali, aggiungono una i alla radice. Per esempio: noi sogn-i-amo, che voi segn-i-ate.
  • I verbi in -ciare (abbracciare) e -giare (mangiare) perdono la i della radice quando la desinenza inizia con i o e. Per esempio: io abbracc-erò, noi mangeremo.
  • I verbi in -gliare (consigliare) perdono la i della radice quando la desinenza inizia con i. Per esempio: tu consigl-i.
  • I verbi in -iare (inviare) che hanno la i della radice tonica mantengono la i, anche nei casi in cui la desinenza inizia per i. Per esempio: tu invì-i, che loro avv-ì-ino.

Seconda coniugazione

L’infinito dei verbi della seconda coniugazione termina in -ere o -rre (prendere, vedere, bere, porre, tradurre). Alcuni di questi verbi hanno la vocale tematica tonica (temére) altri invece atona (prèndere).

Particolarità:

  • I verbi che terminano in -ere con e tonica possono avere due forme per alcune persone del passato remoto. Per esempio: io temei o temetti; lui temé o temette, loro temerono o temettero. Tuttavia quando la radice del verbo finisce per t, come nel caso di potere, la prima forma è quella normalmente più utilizzata, mentre la seconda è caduta ormai in disuso. Per esempio: io potrei, lui poté, loro poterono.
  • I verbi in -cere (vincere), -gere (sorgere) e -scere (nascere), nella maggior parte dei casi, davanti alle desinenze che cominciano per a ed o modificano il suono da morbido a duro (per assenza della i tra c/g e la vocale): io vinco, che lui sorga, che lei nasca. Altri verbi (come cuocere) invece, mantengono il suono morbido aggiungendo una i: io cuoci-o. Questo fenomeno ricorre sempre davanti alla u dei participi passati che terminano in -uto. Per esempio: piaci-uto, conosci-uto.
  • I verbi in -gnere (spegnere) all’indicativo presente della prima persona plurale e al congiuntivo presente della prima e seconda persona plurali, aggiungono una i alla radice. Per esempio: noi spegniamo, che voi spegniate.

Molti verbi in -ere sono irregolari nei modi finiti o indefiniti (come il participio passato).

Terza coniugazione

L’infinito dei verbi della terza coniugazione termina in -ire (dormire, sentire, finire, partire, scoprire). Esistono due sotto-gruppi, il primo che segue il modello di “partire”, il secondo che segue il modello di “finire”.

Particolarità:

  • I verbi come “finire” aggiungono l’interfisso -isc- tra la radice e la desinenza di alcune persone dell’indicativo presente, del congiuntivo presente e dell’imperativo. Per esempio: io finisco, che lui finisca, finisci! Non esiste una regola precisa per capire quale delle due coniugazioni segue il verbo in -ire. Tra i verbi che si comportano come “finire” troviamo: capire, guarire, agire, costruire, ferire, fornire, impedire, preferire, tradire.

Quasi tutti i verbi in -cire e -gire prendono -isc- nella coniugazione (marcire, agireloro marciscono, io agisco), seppur con alcune eccezioni (come cucire e fuggireio cucio, lei fugge).

Anche tra i verbi in -ire si possono trovare forme regolari e irregolari sia nei modi finiti che indefiniti.

Di seguito vengono mostrate le tabelle che contengono tutti i modi e i tempi dei tre gruppi di coniugazione dei verbi italiani (regolari) più le coniugazioni di “essere” e “avere”.

Prima coniugazione verbo amare

Seconda coniugazione verbo temere

Terza coniugazione verbo dormire (1° gruppo)

Terza coniugazione verbo capire (2° gruppo)

Coniugazione verbo essere

Coniugazione verbo avere

Modi finiti ed indefiniti

Il modo di un verbo indica l’atteggiamento e il punto di vista del parlante rispetto a ciò che dice e rispetto al proprio interlocutore. Un fatto, un evento o una situazione possono dunque esprimere certezza, incertezza, possibilità, comando eccetera in base al modo utilizzato. Esistono due categorie di modi in italiano:

  • I modi finiti esprimono una modalità ben precisa e danno indicazioni circa la persona, il numero e il tempo dell’azione. I modi finiti sono: indicativo, congiuntivo, condizionale e imperativo.
  • I modi indefiniti esprimono l’azione o situazione in modo generico e non hanno né la persona né il numero. I modi indefiniti sono: infinito, participio e gerundio.

I sette modi, che verranno analizzati più nel dettaglio qui di seguito, sono a loro volta suddivisi in ulteriori sotto gruppi, i tempi verbali.

L’indicativo

L’indicativo si usa generalmente per esprimere una semplice constatazione e per descrivere fatti, eventi e situazioni ritenuti certi e reali. Dal punto di vista morfologico è il modo più ricco di forme. La lingua italiana ha otto tempi verbali all’indicativo, quattro semplici (presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice) e quattro composti (passato prossimo, trapassato prossimo, trapassato remoto, futuro anteriore).

L’aspetto della fattualità espresso dall’indicativo si ritrova sia in frasi principali che subordinate.

Esempi: Visto che siamo tutti qui, possiamo iniziare.
Stavo studiando quando ad un certo punto bussarono alla porta.
Quando sarà tutto pronto, partirò. Maria è andata via senza avvisare nessuno.

Le quattro forme composte indicano anteriorità rispetto al momento di riferimento descritto (ad eccezione del passato prossimo, in cui il momento di riferimento coincide con il momento in cui si parla).

Tra le forme del passato è possibile notare un’opposizione tra l’aspetto imperfettivo e quello perfettivo. Il primo è rappresentato dal tempo dell’imperfetto, in cui si descrive una situazione al passato senza però specificarne i limiti temporali (iniziali e/o finali).

Esempio: Lisa guardava la tv.

Le forme perfettive (ovvero il passato remoto e il passato prossimo), invece, definiscono in maniera più precisa i limiti temporali della situazione (l’inizio e/o la fine e/o la durata).

Esempio: Lisa ha guardato la tv dalle 2 alle 4.

L’utilizzo di passato prossimo e passato remoto è spesso differente in base alla varietà regionale e dialettale. Il passato remoto si usa normalmente per parlare di fatti storici, accaduti molto tempo fa o in ambito letterario o per riferirsi ad un’azione circoscritta che si è ormai conclusa e che non ha più effetto nel presente.

In registri molto informali, il tempo imperfetto spesso sostituisce il condizionale nell’espressione del futuro nel passato.

Esempio: ero sicuro che c’erano dei problemi (invece di: ero sicuro che ci sarebbero stati dei problemi).

Allo stesso modo, lo si ritrova spesso in sostituzione del congiuntivo trapassato e del condizionale passato.

Esempio: se sapevo della tua partecipazione ti riservavo un posto (invece di: se avessi saputo della tua partecipazione ti avrei riservato un posto).

Il congiuntivo

Al contrario dell’indicativo, il congiuntivo è il modo della soggettività; vale a dire, viene usato per esprimere opinioni, dubbi, stati d’animo e considerazioni circa fatti possibili, ma non reali, o impossibili. Esprime fatti desiderati, temuti o ipotizzati. Il congiuntivo italiano ha quattro tempi verbali: due semplici (presente e imperfetto) e due composti (passato e trapassato). Nella tradizione grammaticale, il paradigma del congiuntivo viene espresso attraverso il “che”: che io sia, che tu faccia, che noi avessimo.

È presente sia nelle frasi principali che (e soprattutto) nelle frasi subordinate. Nel primo caso, lo si ritrova in esclamazioni di augurio, comando (con valore imperativo), desiderio o, ancora, in domande che esprimono un dubbio.

Esempi: Possiate avere una vita felice insieme!
Fosse così semplice!
Venga pure!
Che stia mentendo a tutti noi?

Molto più frequente invece è l’uso del congiuntivo in frasi subordinate:

  • Insieme a verbi che esprimono un’opinione (credere, pensare, ritenere, supporre, immaginare, avere l’impressione che…).

Esempi: Credo che Greta si sia trasferita in Francia.
Melissa ha l’impressione che il suo fidanzato la tradisca.

  • Insieme a verbi che esprimono volontà e desiderio (volere, desiderare, preferire, gradire che…).

Esempi: Desidero che tu venga a chiedermi scusa. Preferisco che tu rimanga a casa.

  • Insieme a verbi che esprimono speranza o timore (sperare, augurarsi, temere, aver paura che…).

Esempi: Speriamo che questo brutto periodo finisca presto. Roberta si augura che suo figlio si laurei in estate.

  • Insieme a verbi che esprimono incertezza, dubbio, irrealtà (non essere sicuri/ certi, dubitare, fingere che…).

Esempi: Dubiti che io ne sia in grado?
Non sono certo che il museo sia aperto.

  • Insieme a verbi che esprimono stati d’animo (essere felice, essere contento, far piacere, essere dispiaciuto, rallegrarsi che…).

Esempi: Mi fa piacere che siate venuti!
Sono felice che tu abbia superato l’esame.

Attenzione! Se il soggetto della frase principale e il soggetto della frase subordinata coincidono, non si utilizza il congiuntivo bensì l’infinito (preceduto da “di”). Esempi:

Spero che (io) raggiunga i miei obiettiviSpero di raggiungere i miei obiettivi.
Anna è contenta che (lei) abbia passato una piacevole vacanzaAnna è contenta di aver passato una piacevole vacanza.

  • Con verbi impersonali come: bisogna, occorre, vale la pena, può darsi, si dice, pare, sembra che.

Esempi: Vale la pena che tu faccia un tentativo. Si dice che Manuel sia diventato ricco.

  • Con espressioni formate dal verbo “essere” + aggettivo/ avverbio (è importante, giusto, strano, incredibile, male, bene che…).

Esempi: È importante che tu sappia la verità. È bene che paghino per i loro errori.

  • Con espressioni formate dal verbo “essere” + articolo e nome (è un peccato, una pazzia, uno scandalo, un’assurdità che…).

Esempi: È un peccato che tu debba andartene proprio ora.
È un’assurdità che non si possano fare fotografie qua.

  • Con congiunzioni come: benché, sebbene, nonostante, malgrado, purché affinché, senza che, come se, prima che, per quanto, a condizione che, nel caso in cui.

Esempi: Nonostante sia giovane, Sebastiano non ama andare in discoteca. Puoi uscire purché tu finisca prima i compiti.

  • Con gli indefiniti: chiunque, comunque, ovunque, qualsiasi, qualunque. Esempi:

Chiunque dica che non è vero, mente! Comunque vada, sarò felice del risultato.

  • Con espressioni come “il più/meno…che”, “più/meno … di quanto”.

Esempi: Questa è la cosa più bella che ti potesse capitare. È più difficile di quanto pensassi.

  • Dopo un pronome relativo, quando la cosa o la persona di cui si parla vengono espresse in maniera generica, non specifica.

Esempi: Cerco una persona che mi faccia sentire amato. Quell’azienda assume solo gente che abbia esperienza.

  • Nel periodo ipotetico di 2° e 3° tipo (introdotto da “se”).

Esempi: Se fossi ricca, comprerei una villa a Cannes.
Se lo avessi saputo, te lo avrei detto.

Per capire come utilizzare i tempi del congiuntivo in una frase subordinata, è necessario stabilire il legame temporale che sussiste tra una frase principale e una frase subordinata, ovvero la “consecutio temporum”, o concordanza dei tempi verbali tra la frase principale e la frase subordinata. Questo legame può essere anteriorità, contemporaneità o posteriorità. Quest’ultimo caso tuttavia, non può essere espresso attraverso il congiuntivo, in quanto questo modo manca del tempo futuro. È quindi necessario usare l’indicativo o il condizionale.

Esempi: Credo che andrà bene.
Credevo che mi avresti invitato. (futuro nel passato)

Se il verbo della principale regge il congiuntivo ed è al presente indicativo, il legame temporale stabilito con il verbo della subordinata sarà in relazione al presente:

  • Per esprimere anteriorità, è necessario usare il passato congiuntivo. Per esempio: penso che tu sia stato bravo.
  • Per esprimere contemporaneità, è necessario usare il presente congiuntivo. Per esempio: penso che tu sia bravo.

Se il verbo della principale regge il congiuntivo ed è all’imperfetto (o al passato prossimo) indicativo, il legame temporale stabilito con il verbo della subordinata sarà in relazione al passato:

  • Per esprimere anteriorità, è necessario usare il trapassato congiuntivo. Per esempio: credevo tu fossi stato a Milano.
  • Per esprimere contemporaneità, è necessario usare l’imperfetto congiuntivo. Per esempio: credevo tu fossi a Milano.

Se il verbo della principale è al condizionale, è possibile esprimere con il congiuntivo anche il concetto di posteriorità (non ben distinguibile, in questo caso, dal concetto di contemporaneità. Si vedano gli esempi seguenti).

Se il verbo della principale è al condizionale presente e regge il congiuntivo, il legame temporale stabilito con il verbo della subordinata sarà in relazione al presente:

  • Per esprimere anteriorità, è necessario usare il trapassato congiuntivo. Per esempio: vorrei che tu fossi stato più educato.
  • Per esprimere contemporaneità (o posteriorità), è necessario usare l’imperfetto congiuntivo. Per esempio: vorrei che tu fossi più educato.

Se il verbo della principale è al condizionale passato e regge il congiuntivo, il legame temporale stabilito con il verbo della subordinata sarà in relazione al passato e sarà possibile utilizzare solamente il trapassato congiuntivo. Per esempio: avrei voluto che tu fossi stato più educato.

Il condizionale

Il modo condizionale è usato principalmente per descrivere situazioni il cui avveramento è legato ad una certa condizione. Il condizionale italiano ha due tempi: presente (detto anche condizionale semplice) e passato (detto anche condizionale composto).

Si utilizza il condizionale presente:

  • Per esprimere un desiderio.

Esempio: mi piacerebbe tanto visitare New York.

  • Come forma di cortesia.

Esempio: vorrei un caffè per favore.

  • Per esprimere opinioni personali (in frasi principali).

Esempio: Lucia vuole organizzare una festa a sorpresa per suo fratello. Sarebbe una bella idea secondo me.

  • Per dare un consiglio, insieme ad espressioni come “secondo me”, “a mio parere”.

Esempio: a mio parere, dovresti impegnarti di più.

  • In un periodo ipotetico di 2° tipo per esprimere possibilità, insieme al congiuntivo imperfetto.

Esempio: se vincessi alla lotteria, comprerei un’auto nuova.

  • Per esprimere un dubbio sotto forma di domanda.

Esempio: come potrei digli di no?

  • Per riportare notizie non sicure, voci, in particolare nel linguaggio giornalistico, al posto del presente indicativo.

Esempio: tra le vittime dell’attentato ci sarebbero anche 5 italiani.

Si usa il condizionale passato negli stessi casi del presente, ma in riferimento ad azioni ed eventi passati. L’unico caso in cui non si può usare il condizionale passato è come forma di cortesia.

Esempi: Mi sarebbe piaciuto portarti con noi al concerto ma purtroppo avevamo solo due biglietti.
Peccato che quella festa sia saltata, sarebbe stata divertente secondo me. Non avresti dovuto farlo!
Quando è partita, ho pianto tanto. Ma cos’altro avrei potuto fare per fermarla? Secondo la polizia, il criminale avrebbe attraversato il confine con la Svizzera.

Nel periodo ipotetico di 3° tipo, invece, il condizionale passato è usato per esprimere impossibilità, insieme al congiuntivo trapassato:

Esempio: Se non avesse piovuto, saremmo andati al parco.

L’imperativo

Il modo imperativo viene usato per esprimere un ordine, un comando, un invito, un consiglio, un divieto. Si trova solamente in frasi principali e possiede un solo tempo, il presente, con alcune limitazioni: esistono infatti solo le forme della seconda persona, singolare e plurale, mentre per le altre persone si ricorre ad alternative.

Mentre la prima persona singolare manca completamente, per la terza persona singolare (incluso la forma di cortesia, “Lei”) e plurale e per la prima persona plurale si ricorre alle forme del congiuntivo presente con valore esortativo.

Esempi: Compra il biglietto! State attenti!
Iniziamo subito! Vada avanti!

Per formare l’imperativo negativo, la seconda persona singolare viene sostituita dall’infinito, preceduto da “non”.

Esempi: Non dire niente! Non bere!

Questo tipo di imperativo negativo viene anche usato a carattere generale, per dare un comando negativo (per esempio sui cartelli che esprimono un divieto):

Esempio: non calpestare l’erba.

Per la seconda persona singolare dei verbi stare, andare, fare, dare si usano in italiano due forme:

  • La forma piena: stai, vai, fai, dai.
  • La forma troncata, con l’apostrofo: sta’, va’, fa’, da’.

Per quanto riguarda l’uso di verbi all’imperativo con i pronomi atoni, questi ultimi vengono uniti al verbo sempre alla fine (per esempio: amami, scrivile, rispondici), mentre nell’imperativo negativo essi possono trovarsi sia prima sia dopo il verbo (per esempio: non lo fare/ non farlo, non mi parlare/ non parlarmi).

Attenzione! Con le forme monosillabiche dell’imperativo, la consonante del pronome raddoppia.

Esempi: Da’ a meDammi.
Fa’ questoFallo.
Di’ a meDimmi.

Il gerundio

Il gerundio è un modo indefinito e ha due tempi: il presente (o gerundio semplice) e il passato (o gerundio composto), costituito dal gerundio dell’ausiliare più il participio passato del verbo.

In base alla funzione che svolge, è possibile distinguere 3 tipi di gerundio:

  • Il gerundio coordinato, che sostituisce una proposizione coordinata.

Esempio: Beatrice camminava cantando allegramente.

  • Il gerundio subordinato, che sostituisce una proposizione subordinata (modale, temporale, causale, concessiva, condizionale…).

Esempi: Conoscendo Fabio, sono sicura che arriverà in ritardo. Tornando a casa, ho incontrato Gina.
Pur risparmiando, sono sempre al verde.

  • Il gerundio appositivo, con funzione di apposizione.

Esempio: Elena, prendendo coraggio, gli disse la verità.

Si può utilizzare il gerundio presente anche in costrutti particolari:

  • Nella perifrasi “stare + gerundio”, che esprime un’azione in progressione.

Esempio: Miriam sta facendo i compiti.

  • Nella perifrasi “andare + gerundio”, con funzione di enfasi sull’azione.

Esempio: Tino va raccontando questa bugia a tutti.

In rari casi, si trova il gerundio anche con valore di sostantivo.

Esempi: Questa giornata è stata un crescendo di emozioni.
Tutti i laureandi sono stati convocati in segreteria.

Il participio

Il participio è un modo verbale indefinito che condivide alcuni aspetti con i sostantivi e gli aggettivi. Il participio italiano ha due tempi: il presente (o participio semplice) e il passato (o participio composto).

Il participio presente oggi è usato soprattutto come aggettivo o sostantivo (di genere invariabile), ma anche come verbo che sostituisce una frase relativa.

Esempi: Questa scatola è pesante.
I partecipanti sono pregati di mandare un’email alla segreteria. Questa è una parola derivante (=che deriva) dal latino.

Il participio passato viene usato insieme agli ausiliari “essere” e “avere” per formare i tempi composti.

Esempi: Fiorenza è arrivata in ufficio in ritardo. Non sapevo che Carla ti avesse chiamato.

Molti verbi di seconda e terza coniugazione hanno un participio passato irregolare. Di seguito vengono mostrati alcuni esempi:

  • Participio passato in -so (prenderepreso).
  • Participio passato in -sto (vederevisto).
  • Participio passato in -sso (permetterepermesso).
  • Participio passato in -tto (scriverescritto).
  • Participio passato in -erto (aprireaperto).

Spesso la forma del participio passato va a sostituire un predicato verbale in una proposizione subordinata (temporale, relativa, causale, ecc.).

Esempio: uscita di casa, Gaia si è incamminata verso la scuola. (invece di) dopo essere uscita di casa, Gaia si è incamminata verso la scuola.

Come avviene per il participio presente, anche il participio passato viene usato per formare aggettivi (per esempio: una risposta sbagliata, un insetto morto) e sostantivi (per esempio: la scossa, il fatto, la messa, la corsa).

Infine, si usa il participio passato insieme al verbo “essere” per rendere la forma passiva nei tempi semplici e composti (per esempio: la professoressa Ricci è ammirata da tutti).

L’infinito

L’infinito è un modo verbale indefinito e possiede i tempi presente (infinito semplice) e passato (infinito composto), che si forma con l’infinito dell’ausiliare e il participio passato del verbo.

Nelle frasi principali l’infinito può avere valore dubitativo (per esempio: che dire?), esclamativo (per esempio: e pensare che siamo solo all’inizio!), iussivo, cioè per esprimere un ordine generico (per esempio: mescolare bene), desiderativo (per esempio: a saperlo prima!). Ricorre inoltre nelle costruzioni con “non” per formare

l’imperativo negativo della seconda persona singolare (per esempio: non correre! – non preoccuparti!).

Altri usi dell’infinito sono:

  • In combinazione con un verbo modale (o servile).

Esempi: Devo fare una cosa. Vuoi tornare a casa?

  • In combinazione con altri verbi, non modali, che reggono una preposizione, per formare verbi fraseologici:

Esempi: Vado a trovare Maria. Cerco di fare in fretta.

  • Con funzione (ibrida) sia di verbo che di sostantivo.

Esempi: Fare sport giova alla salute. Tornare nel passato è impossibile.

  • Con funzione di un sostantivo (infinito sostantivato) preceduto dall’articolo o dalla preposizione articolata e/o accompagnato da aggettivi o avverbi.

Esempi: Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. L’importante è non disturbare il quieto vivere.
Il parlare velocemente può essere sintomo di ansia.

  • Nelle frasi subordinate, con valore di proposizione soggettiva, oggettiva, avversativa, temporale, causale, ecc.

Esempi: È meglio dire la verità.
Ho sentito bussare alla porta.
Invece di fare rumore, dovresti ascoltarmi.
Dopo aver risparmiato per tanti mesi, posso permettermi questo viaggio. Ti ringrazio per essere stato qui con me.

Esercizi

Scegli l’alternativa corretta.

  1. Indica quale tra i seguenti verbi è di modo finito.
    • Correndo.
    • Arrivai.
    • Aver mangiato.
    • Dormiente.
  2. Indica quale tra i seguenti verbi è di modo indefinito.
    • Che tu sappia.
    • Vorrebbero.
    • Illuminato.
    • Avevamo visto.
  3. Indica in quale delle seguenti frasi il verbo è alla terza persona plurale.
    • Ti stimo molto.
    • Sei arrivata?
    • Pianse per ore.
    • Si incamminarono.
  4. Indica quale di questi verbi appartiene alla prima coniugazione.
    • Scriverei.
    • Raggiunsi.
    • Partimmo.
    • Aveva aspettato.
  5. Indica quale di questi verbi appartiene alla seconda coniugazione.
    • Giochiamo.
    • Leggono.
    • Scalerei.
    • Mostrò.
  6. Indica quale di questi verbi appartiene alla terza coniugazione.
    • Vinciamo.
    • Contai.
    • Capirono.
    • Perse.
  7. Indica il modo e il tempo della seguente voce verbale: che tu avessi osservato.
    • Indicativo passato remoto.
    • Indicativo passato prossimo.
    • Congiuntivo passato.
    • Congiuntivo trapassato.
  8. Indica il modo e il tempo della seguente voce verbale: non siamo scese.
    • Indicativo passato remoto.
    • Indicativo passato prossimo.
    • Congiuntivo passato.
    • Congiuntivo trapassato.
  9. Indica il modo e il tempo della seguente voce verbale: valuteremmo.
    • Condizionale presente.
    • Condizionale passato.
    • Indicativo futuro semplice.
    • Indicativo futuro anteriore.
  10. Indica il modo e il tempo della seguente voce verbale: avremo suonato.
    • Condizionale presente.
    • Condizionale passato.
    • Indicativo futuro semplice.
    • Indicativo futuro anteriore.
  11. Indica in quale delle seguenti frasi è presente un verbo modale.
    • Non ti credo.
    • Sto arrivando, aspettami.
    • Ho potuto avvisarlo.
    • Sta parlando da ore.
  12. Indica in quale delle seguenti frasi è presente un verbo impersonale.
    • Si svegliarono alla stessa ora.
    • I suoi figli si chiamano Lorenzo e Sara.
    • Non si sa a che ora inizia il concerto.
    • Chiara e Silvia si sono incontrate al bar.
  13. Indica in quale delle seguenti frasi il verbo ausiliare è errato.
    • È stato verificato.
    • Abbiamo discusso a lungo.
    • Mi ho svegliato alle sette.
    • Ho bevuto un caffè.

I modi finiti: scegli la forma corretta per completare la frase.

  1. A quel punto ci (salutammo / saluteremo) e tornammo a casa.
  2. Domani mattina alle 11 (faremmo / faremo) un picnic in riva al lago.
  3. Ho invitato Marco alla festa e spero proprio che (venghi / venga).
  4. Gianluca, (parli / parla) più piano, i bambini stanno dormendo!
  5. La battaglia (fu vinta / vinse) dalle truppe francesi.
  6. Se dobbiamo farlo, tanto vale che lo (facemmo / facciamo) subito.
  7. Questo (è / ha) di gran lunga il film più bello di sempre!
  8. Nel giro di due giorni, la situazione (cambiasse / è cambiata) completamente.
  9. L’altra notte (sono / ho) dormito solo quattro ore.
  10. Andrea (ha giocato / giocava) ai videogiochi per due ore.
  11. Prego, signora, (entrò / entri) pure!

I modi indefiniti: riordina i verbi seguenti nelle categorie corrispondenti:

perdente – ascoltato – essere stato – uscire – dormendo – splendente – contare – avere ricordato – guardato – toccare – avendo preso – pensante – mangiato – volere – avendo agito – dicendo – essendo arrivato – raggiungere – amante

  • Infinito presente:
  • Infinito passato:
  • Participio presente:
  • Participio passato:
  • Gerundio presente:
  • Gerundio passato:

Autori che hanno contribuito alla realizzazione di questa voce:

Martina Brignoli

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