Scuola poetica siciliana

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La Scuola siciliana fu un movimento poetico sviluppatosi alla corte di Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero. Questi salì al trono nel 1220 e vi restò fino alla morte, avvenuta nel 1250.

La sua fu una “corte illuminata”: di stampo laico e frequentata dalle maggiori personalità dell’epoca, era fortemente impegnata sotto il profilo culturale. Attorno ad essa gravitavano anche molti poeti, come Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne, Guido delle Colonne e Rinaldo D’Aquino, tutti esponenti di spicco – insieme all’imperatore stesso – del nuovo movimento, che vide il fiorire della prima poesia italiana, scritta in volgare siciliano.

Centrale della poetica dei siciliani è il tema dell’amore cortese, su modello – seppur rivisitato – della lirica provenzale.

Questo è sempre sviluppato seguendo delle convenzioni, a partire dalla descrizione della donna amata: essa infatti è sempre molto bella, elegante nell’aspetto e nei modi, il più delle volte irraggiungibile. Celebrarla coi propri versi nobilita l’animo del poeta, il cui amore è destinato a non concretizzarsi mai.

Come si evince, non v’è alcun intento autobiografico in queste rime, né i sentimenti che vengono professati sono reali o spontanei. I poeti siciliani seguono uno schema predefinito, i cui principali contenuti sono sempre gli stessi: totale devozione nei confronti della donna amata, continue lodi alla bellezza di lei, esaltazione dell’amore.

Lo stile della scrittura è naturalmente elevato e gli schemi metrici prevalenti sono la canzone e il sonetto (il metro forse più fortunato nella letteratura italiana, ideato proprio in questo contesto da Giacomo da Lentini).

Dopo un periodo di grande fortuna, l’esperienza della scuola siciliana iniziò a dissolversi con la morte di Federico II, terminando definitivamente con quella di suo figlio Manfredi nel 1266.

Roberta Lommi

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