Giurisprudenza

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La giurisprudenza (dal latino iurisprudentia, derivazione di iurisprudens, cioè prudens iuris: esperto del diritto, o scienze giuridiche) è la scienza del diritto (con riferimento originario al diritto romano) che ne studia la sua interpretazione. La giurisprudenza costituisce l’insieme delle decisioni giudiziarie attraverso le quali, i giudici interpretano le norme giuridiche per applicarle ai singoli fatti storici, sottoposti alla loro attenzione, giungendo alla formulazione dei principi di diritto.

La giurisprudenza moderna ha avuto inizio nel XVIII secolo e si è concentrata sui primi principi del diritto naturale, del diritto civile e del diritto delle nazioni. La giurisprudenza generale può essere divisa in categorie sia per il tipo di domande a cui gli studiosi cercano di rispondere, sia per le teorie della giurisprudenza, o scuole di pensiero, su come queste domande trovano la migliore risposta. La filosofia del diritto contemporanea, che si occupa di giurisprudenza generale, affronta i problemi interni al diritto e ai sistemi giuridici e i problemi del diritto come istituzione sociale che si relaziona con il più ampio contesto politico e sociale in cui esiste.

Nei sistemi di common law, le sentenze emesse dai giudici, collegate tra loro in base al loro oggetto, costituiscono precedente vincolante con valore normativo, secondo la regola dello stare decisis.

Negli ordinamenti di civil law, invece, il potere giudiziario, diversamente dagli altri due (legislativo e esecutivo) non è deputato all’emissione di atti normativi generali ed astratti ma, è vincolato ad applicare il sillogismo giuridico contenuto nelle norme scritte ai fatti di causa.

Da qui l’espressione di Montesquie, che, agli albori dello stato liberale, epitetava i giudizi quali “bouche de la lois”. Seguendo la ratio di tale forma ordinamentale, l’art. 1 delle Preleggi non ricomprende la giurisprudenza tra le fonti del diritto e l’art. 101 della Costituzione dispone che i giudici sono sottoposti alla legge.

Nell’applicare le norme di legge, infatti, i magistrati possono solo interpretare la norme secondo principi fissati nell’art. 12 Preleggi. In primo luogo, il giudice è tenuto a effettuare un’interpretazione sistematica attribuendo alla legge nessun altro senso “se non quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dall’intenzione del legislatore” (ratio legis). Qualora una controversia non possa essere decisa con una precisa disposizione si possono prendere a modello le disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe (analogia legis) se, il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico (analogia iuris) salvo che, si tratti di leggi penali o norme eccezionali.

A tal proposito, è importante ricordare l’importante funzione nomofilattica svolta dalla Suprema Corte di Cassazione. Essa consiste, appunto, nell’assicurare l’uniforme applicazione della legge e, laddove ritenga che, il giudice di merito abbia interpretato in modo non corretto le norme, può disporre l’annullamento della sentenza, normalmente, rinviando al giudice ad quo, in modo che quest’ultimo possa ripetere lo stesso processo anche solo in parte, applicando l’interpretazione corretta della legge, quale individuata dalla Corte suprema.

Questa opera interpretativa dei magistrati di Cassazione viene, ufficialmente, sintetizzata nelle massime, ovvero, in quelle parti della sentenza di legittimità che, in sintesi, esprimono il principio giuridico in base al quale, la corte di Cassazione ha deciso il caso sottopostole. Tali massime finiscono per diventare un precedente dal quale, difficilmente, i giudici di merito si discosteranno qualora si trovino a giudicare casi simili, in virtù dell’autorevolezza dell’organo da cui promanano.

In un sistema di civil law, quale è l’ordinamento italiano, come sopra cennato, non vi è possibilità di vincolare, tassativamente, i giudici ad emettere sentenze, applicando i principi delle massime che, in passato, hanno regolato in un dato modo casi simili. È una costante nei tribunali, però, che gli orientamenti giurisprudenziali consolidati vengano posti a fondamento degli atti di parte e delle decisioni dei giudici stessi, come autorità validante le proprie conclusioni.

Tale prassi ha portato la Corte Costituzionale italiana, nella sentenza n. 274/1976, a coniare per la prima volta l’espressione “diritto vivente” termine inteso quale consolidata opinione comune maturata nella giurisprudenza e nella dottrina in ordine al significato da attribuire a una determinata norma.

A chiusura del sistema, si ritiene opportuno citare la tesi di autorevole dottrina (Zweigert – Kotz) in base alla quale, ormai da tempo, “vi sono motivi per supporre che da punti di partenza contrapposti il Common law e il Civil law possano avvicinarsi gradualmente nei loro metodi e nelle loro tecniche”. Tale affermazione si basa, sull’osservazione della sentita necessità, nei sistemi di common law, di ordinare il sistema giurisprudenziale, per renderlo più comprensibile e riconoscibile. Mentre, la giurisprudenza delle corti di civil law acquista sempre maggiore valore in quanto, la sua opera interpretativa, spesso, travalica la semplice interpretazione normativa per dare vita ad un diritto più equo.

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